2.3.2.1 INTERVISTA AD ANDREA FERRONI

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2.3.2.1 INTERVISTA AD ANDREA FERRONI

L’intervista ad Andrea Ferroni, uno dei più noti musicisti italiani di didjeridoo, ci permette di cogliere alcuni aspetti interessanti che fanno meglio comprendere la genesi del suo percorso artistico e il suo modo di interpretare l’uso di tale strumento come espressione della cultura aborigena.

L’idea dell’intervista è nata con lo scopo di voler meglio conoscere il percorso formativo fatto dall’artista e di vedere fino a che punto lo stesso si rifacesse ai principali aspetti della cultura aborigena rispettandone i caratteri originari.

Strumento dell’intervista è stato l’utilizzo di skype e lo scambio di e-mail. Domande poste e relative risposte vengono qui trascritte.

 

DOMANDA: Andrea, qual è stato il tuo primo contatto con il didjeridoo?

RISPOSTA: Il mio primo contatto è stato una pura casualità. Un’associazione in cui entrai a far parte organizzò il primo festival del didjeridoo in Italia a 3 km da casa dei miei genitori. Vidi una marea di gente proveniente da tutta Europa e rimasi davvero sorpreso.

D: Qual è stata la tua prima impressione su questo strumento?

R: Certamente il suono è accattivante, profondo, caldo, avvolgente. Ne rimasi semplicemente incuriosito. Era così strano per le mie orecchie che non riuscivo a capire come si potesse produrre quel ronzio. Sono fondamentalmente un tecnico, per cui, la cosa che mi interessò di più fu il suo funzionamento invece della musica. A mia discolpa devo dire che i suonatori all’esterno del palazzetto erano quasi tutti principianti che suonavano tra di loro, per cui, oltre il grandissimo entusiasmo che avrebbe notato chiunque, la loro musica non era nulla di memorabile.

D: Cosa ti ha spinto a volere imparare a suonare questo strumento?

R: Sono curioso e provo un po’ di tutto. Ammetto che trovare un didjeridoo a 12 mila lire sullo scaffale di un ipermercato alcuni mesi dopo questo festival, fu un buon incentivo. Acquistai un cd pessimo che trovai in un fai da te e cominciai a suonare da autodidatta. Qualcosa mi riuscì discretamente, quindi mi appassionai velocemente.

D: Quando e dove hai cominciato? Da chi hai appreso la tecnica?

R: La mia prima lezione di didjeridoo è stata senza dubbio l’ascolto di musica di vari generi in età adolescenziale. Questo ha formato me e la mia musica in modo importante. Da subito, infatti, i miei brani hanno avuto un’impronta musicale di stampo occidentale caratterizzato da una struttura riconoscibile (con l’utilizzo di introduzione o esposizione del tema, variazione del tema, strofe o ritornelli). Riguardo la tecnica, il primo suono l’ho fatto all’interno del supermercato. Per pura fortuna ci soffiai dentro e il suono partì. Lo acquistai e suonai alcune settimane da solo a casa. Imparai la respirazione circolare, di cui avevo letto in un libro di musica delle medie. Poi, d’istinto, tentai di fare dei ritmi e delle variazioni timbriche.

Successivamente contattai gli organizzatori del festival con grande fatica. Una volta agganciati, li frequentai collaborando. Si suonava spesso e quindi, per imitazione, imparai altri dettagli. Un anno dopo il primo suono, con un membro della stessa associazione, partecipai ad un ritiro di cinque giorni in Spagna dove vi erano quattro insegnanti internazionali: Ansgar Stein, Matthias Müller, Lies Bejirinck, Michael Jackson. Grazie alla mia grande carica emotiva, tornato a casa registrai il primo cd demo che mi permise, dall’anno successivo, di suonare nei principali festival europei e di confrontarmi con loro e, di conseguenza, imparare ancora molto.

Ovviamente ci sono stati altri momenti legati all’apprendimento musicale in generale. Il didjeridoo mi ha fatto prendere maggior coscienza sulla musica, le potenzialità e, soprattutto, sviluppare quelle minime capacità analitiche per comprendere meglio questa arte. Ho quindi studiato solfeggio per arrivare allo studio dell’armonia. Grande importanza lo ha avuto il triennio di musicoterapia che ho seguito a Torino. Al contempo ho studiato chitarra jazz, sax, batteria.

Credo che tutto questo insieme sia stato fondamentale per sviluppare la mia musica.

D: Chi sono i tuoi artisti di didjeridoo preferiti?

R: Ne ho tanti, troppi forse. Quelli a cui sono più legato sono i musicisti che hanno dato il via al movimento del didjeridoo in Europa, gli stessi con cui ho suonato nei festival. Mentre nel jazz la maggior parte degli artisti ispiratori sono purtroppo ormai defunti, nel didjeridoo la maggior parte sono fortunatamente vivi e attivi. Ricordo con piacere i miei insegnanti, già citati in precedenza. Ma potrei ancora citare Denra Duerr, svizzero, il primo suonatore che ho avuto il piacere di ascoltare dal vivo. Ali Andress, austriaco, Mark Atkins metà irlandese, metà aborigeno. Ma forse, tra tutti, il mio preferito rimane Ansgar Stein, tedesco, un ragazzo umile e gentile, credo addirittura sottovalutato, con cui ho collaborato e collaboro ancora moltissimo e che considero ormai come una persona di famiglia.

D: Da quanti anni suoni questo strumento?

R: 13 anni.

D: Come ti sembra abbia reagito il pubblico italiano all’introduzione e alla diffusione di questo strumento?

R: La domanda richiederebbe una risposta davvero ampia. Tuttavia, impegnandomi su molti fronti, musicali e non, trovo che il didjeridoo sia uno strumento che affascina molti per fatti tangibili: godibilità musicale, caratteristiche del suono, provenienza dello strumento e relativa cultura. Dall’altra è disprezzato da altri che non riescono a cogliere gli aspetti precedentemente citati. Ma anche all’interno di chi apprezza si potrebbero cogliere aspetti deviati. Chi apprezza la cultura aborigena, ad esempio, la conosce realmente? L’ha studiata, visitata o ne ha appreso un minimo in qual si voglia modo? Oppure sta semplicemente mitizzando un popolo esotico che non conosce? A ogni modo, oggi il didjeridoo è molto conosciuto, più di quanto si creda. Magari ciò che si sa è ridotto a poche nozioni ma è pur sempre vero che, chiedendo ad un gruppo di persone, che forma abbia un didjeridoo, in molti darebbero una risposta corretta. Se allo stesso gruppo chiedessimo, che forma ha un oboe o un corno inglese, in molti rimarrebbero interdetti. Eppure questi ultimi fanno parte della nostra cultura.

D: In che fascia di età sono comprese le persone che frequentano i tuoi corsi? Trovi che siano maggiormente interessati i giovani?

R: Non c’è una fascia di età tipica ne culturale né di ceto. Forse c’è qualche giovane in più per il semplice fatto che da giovani si ha maggior disponibilità di tempo.
D: Considerando che il didjeridoo è lo strumento sacro degli aborigeni australiani, ti sei mai avvicinato alla loro storia, arte e cultura? In che modo? (Studio sul campo, ricerche sul web, libri e documenti…)

R: Certamente ho cercato di comprenderne alcune sfaccettature. Il primo approccio, cercando qualcosa di leggero, fu “Le vie dei canti” di B. Chatwin, lo consiglierei ancora oggi. Esistono anche film interessanti per aiutarci a intuire cosa vi sia dietro questa cultura così diversa dalla nostra. Sulla storia e sul legame con la terra suggerirei “La generazione rubata” di Philip Noyce. Anche “Australia” con Nicole Kidman, se si conosce la cultura aborigena, può permettere di ritrovare all’interno del film alcuni dettagli che molti altri perderebbero. Sempre girando tra i festival, mi è capitato di assistere a proiezioni di film rari, spesso in bianco e nero, talvolta addirittura muti e di registrazioni sul campo che descrivevano la vita, le necessità e le attività di questo popolo. Alcuni custodi della tradizione (così vengono definiti) o più semplicemente artisti internazionali del didjeridoo o di altre arti tradizionali come la pittura, li ho potuti vedere e conoscere di persona. Ma è stato solo quando c’è stata una reale opportunità di vivere assieme che ho relazionato con loro. Infatti, per grande pudore, pur avendo la possibilità, spesso non mi sono mosso nemmeno per stringere loro la mano. Fare la coda per un autografo o per salutare chi comunque consideravo un mito, l’ho sempre trovato stupido. A maggior ragione per chi, come loro, non credo vedano di buon occhio questo genere di cose. Semplicemente credo non ne vedano il senso. Diverso fu il caso di Alan Dargin, che fu anche mio insegnante e che, per una serie di coincidenze, incontrai per due anni consecutivi in ogni festival che visitai e che frequentai quasi tutti i giorni per una settimana sia di giorno che di notte. Avrei ore di aneddoti da raccontare.

D: Hai mai pensato che suonare e diffondere l’utilizzo di questo strumento in un contesto differente da quello in cui è nato, possa minare o risultare un’offesa alle tradizioni aborigene?

R: Certo, è indispensabile farsi queste domande, a mio avviso. Ciò che faccio non credo possa considerarsi un’offesa. Utilizzo un loro strumento nel mio contesto culturale. Cerco di farlo al meglio e dedico moltissime ore della mia vita a studiare uno strumento apparentemente semplice ma infinitamente complesso nella realtà. Il didjeridoo è uno dei pochissimi strumenti così tanto personalizzabile nel timbro e in vari aspetti acustici. Solo la chitarra potrebbe fare meglio con l’ausilio dell’elettronica. Quindi, lo tratto e ne divulgo la conoscenza con attenzione (tralascerei la parola rispetto perché è tanto facile da pronunciare ma al contempo difficile da portare). Cerco di incuriosire la gente senza fare proselitismo. I più curiosi potranno fare ricerche e conoscere meglio questo popolo. Al contrario, so per esperienza e per studi fatti, quanto l’imitazione reiterata possa generare fastidio e possa considerarsi offensiva sotto molti aspetti. Imitare un popolo, le loro musiche, magari accennando a canti di cui non se ne conosce il senso, credo che possa essere addirittura più lesivo ed irritante ai loro occhi. E’ esistito un caso di lamentela in questo senso che però, tralascerò.

D: Sai che reazioni ha avuto il popolo aborigeno?

R: Considerate le loro presenze nei vari festival del mondo, il loro canali di vendita di strumenti e arte su internet e in importanti gallerie, il loro canale youtube con centinaia di video e milioni di click: https://www.youtube.com/channel/UCzteg6KPi_gy8HEbPHPHH-g , direi che vedono molto  bene il nostro interesse. Semmai mi è parso di capire che la loro gioventù sia anche molto più affascinata dalla cultura occidentale e temono per la scomparsa delle loro tradizioni. Questo ultimo aspetto credo sia più doloroso e lo possiamo capire meglio.

D: I tuoi allievi sono in genere interessati a suonare unicamente lo strumento, o nutrono e scoprono un profondo interesse anche per la cultura aborigena?

R: Ammetto che in passato gli studenti erano più attratti dalla cultura rispetto a oggi. Ma ancora di più gli stessi appassionati che nutrivano un amore estremo verso il tradizionale, si sono persi per strada. Però, allo stesso modo mi chiedo quanti chitarristi conoscano la storia della chitarra. Certo è che, chi passa da me, qualche ascolto di musica tradizionale, contestualizzata e spiegata in modo da darne facile comprensione, lo fa.

D: Come e quanto ti ha arricchito l’Yidaki e la cultura aborigena?

R: Questa è una domanda davvero complessa. Ognuno che suoni direbbe: “tantissimo”. Quindi lascio decidere a te. Grazie a questo strumento, in 12 anni ho visitato luoghi che difficilmente avrei potuto conoscere altrimenti. Ho spesso preso giorni di ferie ma ho anche sfruttato la licenza matrimoniale per i miei tour. Così, con mia moglie abbiamo visitato l’Europa dalla Sicilia all’Inghilterra, dal Portogallo all’Ungheria. Abbiamo conosciuto diverse culture delle quali abbiamo cercato di coglierne più aspetti possibili. Ho iniziato a costruire strumenti principalmente per me, poi, incuriosito, ho studiato quel minimo di acustica da autodidatta.

Sono riuscito a collaborare con le università in questo settore, grazie a ciò, oggi lavoro in uno studio di ingegneria in ambito acustica e vibrazioni. Molti dei miei musicisti preferiti e dei miei ex insegnanti possiedono un mio strumento. Gli stessi strumenti sono conosciuti un po’ in tutto il mondo e sono considerati con discreto rispetto. Anche Alan Dargin ne trovò uno a casa di un amico comune e decise di suonarlo per un concerto. Il didjeridoo mi ha avvicinato alla musicoterapia che mi ha dato molte conoscenze in più a livello musicale ma soprattutto in ambito relazionale (tema che dovrebbe essere obbligatorio per qualsiasi insegnante di musica e di arti in generale). A volte il didjeridoo mi ha fatto vivere alcune frustrazioni da parte di alcune persone con cui collaboravo, ma anche ciò fa parte della crescita personale. Il didjeridoo mi ha insegnato un metodo che ormai utilizzo come universale per approcciarmi ad altre arti o attività varie. Per concludere, oggi vivo nella ex sede dell’associazione che organizzò il primo festival del didjeridoo, proprio quello che mi permise questo cammino.

D: Pensi che ci sia maggiore conoscenza verso la tradizione aborigena e verso le loro usanze rispetto al decennio scorso?

R: Non credo di avere un buon metro per misurare ciò. Tuttavia, direi che forse l’interesse globale è diminuito. Per contro è aumentata molto la qualità degli interessati e delle informazioni. In passato trovare informazioni di scarsa qualità era all’ordine del giorno. Oggi lo è molto meno. Dal mio punto di vista credo che sia meglio oggi. Persone follemente innamorate ma con poco grado di giudizio, al punto da inventare o alimentare leggende metropolitane di pessimo gusto, non credo aiutino la causa102.

 

Da quanto emerge dall’intervista, tre sono gli aspetti a mio parere più interessanti: l’approccio iniziale allo strumento basato più su una curiosità tecnica che musicale, il suo parere circa l’utilizzo dello strumento in un contesto culturale diverso e infine l’impegno e lo sforzo compiuto nel cercare di comprendere e poi diffondere la cultura aborigena della quale il didjeridoo è espressione peculiare.

Per quanto concerne il primo aspetto, a differenza della maggioranza dei musicisti, Ferroni non rimane tanto attratto dalla musica prodotta dal didjeridoo quanto incuriosito dal funzionamento e dalla sua tecnica di utilizzo. Decide così di imparare, da autodidatta, la respirazione circolare cui si è accennato e l’uso dello strumento.

Per il secondo aspetto, il musicista sottolinea come un oggetto appartenente alla tradizione di un popolo possa essere utilizzato in un contesto culturale differente, acquisendo un ulteriore significato che non porta tuttavia alla compromissione del valore sacro e spirituale del didjeridoo attribuitogli dalle comunità aborigene. Ferroni, infatti, suona l’Yidaki in modo del tutto personale e a scopo ricreativo, senza imitarne i ritmi e le produzioni autoctone. Infine, mi sembra lodevole lo sforzo compiuto dal nostro musicista nel documentarsi al meglio sulla cultura aborigena e soprattutto il fatto che si ponga il problema di quanti altri presunti appassionati si preoccupino di fare altrettanto. Ferroni ha studiato e continua tuttora ad approfondire la storia, l’arte e gli aspetti socio-culturali delle popolazioni indigene. Sottolinea l’importanza di conoscere le origini del didjeridoo e il suo uso tradizionale anche se il suo obiettivo non è la propaganda o la mitizzazione di questo strumento e del suo popolo, quanto tramandare e divulgare informazioni maggiormente veritiere sull’argomento: per questo egli partecipa attivamente all’organizzazione di molteplici eventi, seminari e festival.

 

101 Cfr. Furlan, Alberto e Ferroni Andrea, op.cit ; Coughlin, Rowan, op. cit.

102 Intervista tramite e-mail e skype della scrivente a Ferroni Andrea del 1 marzo 2014, non pubblicata.